Le pettole di bocca in bocca, di Natale in Natale

le pettole di Natale in Basilicata

Si dice che in un tempo indefinito e in un luogo sconosciuto, una massaia stesse lottando con l’impasto del pane, quando all’improvviso sentì zampogne e ciaramelle entrare dalla finestra. Subito si precipitò in strada per capire cosa stesse accadendo. Travolta dalla musica e dall’entusiasmo della festa, la massaia partecipò alla sfilata fino a sera, dimenticandosi completamente del pane. Di ritorno dal corteo, trovò la pasta del pane eccessivamente lievitata. Ma anziché dolersi per il rimorso d’aver lasciato il dovere per il piacere e senza alcun pensiero di commettere il doppio peccato di buttare l’impasto, la brava massaia trasformò tutta la gioia della festa in qualcosa di nuovo. Perché non spezzettare la pasta e gettarla nell’olio bollente? E così fece. Da allora nacquero le gustose e simpatiche Pettole, ospiti speciali sulle tavole di Natale di ogni lucano.



Morbide palline di pasta lievitata fritte nell’olio bollente, dalle mille forme e dagli infiniti condimenti: se sei a Potenza le chiamerai “pèttule”, se scendi verso Matera le battezzerai “pàtt’l” se vai verso la Puglia diventano “pèttuli” o “pittule”… variazioni sul tema di un profumo, un’atmosfera e un gusto unico e sempre diverso, quello del Natale.
Il termine pittula/pèttula, probabilmente deriva dalla parola latina pitta (piccola focaccia) a sua volta generata dal greco pita, che a sua volta è generata da corrispettivo ebraico e arabo. Le pettule, come ogni forma di pane, si passano da una mano all’altra proprio come i viaggiatori hanno passato la conoscenza del pane da una terra all’altra:

“Esistevano, secondo le leggende, nove tribù arabe: erano i discendenti di Iram, figlio di Sem, nipote di Noè e di Ismail, erede primigenito di Ibraihm, cioè Abraham, ovvero Abramo. La loro patria si trovava nella regione denominata Isola Arabica – Jazirat-l-’Arab...Le tribù si trasferirono progressivamente verso Occidente, sui percorsi che conducevano a Palmira, Aleppo, Damasco, Bassora e Alessandria… Portavano con sé le semenze, i condimenti, le spezie, i profumi – incenso, balsamo, cannella, mirra, aloe, cassia e molte altre cose ancora sconosciute in Occidente. Il deserto, l’aridità e la fame spinsero i nuovi arrivati a cercare terre più ricche di oasi e di sorgenti d’acqua, di campi e di pascoli. Sulla loro strada impararono a conoscere diverse specie di cereali e di pane. Se ne impadronirono, adattandole alla loro esperienza”.
(“Pane Nostro” di Predrag Matvejević, Garzanti, 2012)

La pita, come la pittuala/pèttula, è un tipo di pane piatto lievitato a base di grano. E’ tipica della cucina mediorientale e mediterranea. Nella lingua italiana il termine è di recente conoscenza e si riferisce alla pita dei Balcani, specialmente quella greca. L’impasto è arrivato integro dal cammino lungo il Medio Oriente e il Mediterraneo, ma varcando i confini pugliesi e lucani si è trasformato in qualcosa di “nuovo”: in pane fritto che, in base al condimento, può essere uno stuzzicante antipasto, un gustoso dolce o sostituire il pane stesso.



le pettole di Natale in Basilicata
Pettole con lo zucchero



La preparazione delle pettule, come tutte le cose che devono essere tramandate, è abbastanza semplice. Ti servono:

    800g di farina di semola rimacinata di grano duro;
    200g di farina di grano tenero;
    1 lievito di birra;
    1 cucchiaio di sale;
    acqua q.b.

Impasta la farina con l’acqua, il sale e il lievito (che avremo precedentemente sciolto in un pochino di acqua tiepida).

Fai una “palla” e lasciare riposare tutta notte a temperatura ambiente.

Dall’impasto crea dei pezzi irregolari di pasta e immergili delicatamente nell’olio bollente.

Aspetta che si gonfino e che raggiungano la giusta doratura, poi mettili in un piatto con della carta assorbente. 

Ora puoi decidere se mangiarle come del pane, se arricchirle con delle acciughe o dell’uva passa (salato o dolce?) come vuole la tradizione pugliese, la quale aggiunge anche le patate nell’impasto, o ancora se le preferisci cosparse di zucchero come si mangiano a Matera e in Basilicata.

Ascolta Rocco Monteleone cantare la nenia tradizionale di Genzano di Lucania sulle pettole e il Natale



In qualunque modo mangerai le pettole sentirai quel tocco di Oriente, arrivato qui con l’incenso e la mirra, e quel pizzico d’Occidente, giunto a qualcosa di nuovo grazie all’imprevedibile creatività di una donna. Oriente e Occidente che Natale si impastano nelle pettole per passare ancora di mano in mano, di bocca in bocca, di popolo in popolo, di storia in storia.

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